C’è un angolo d’Italia dove il tempo sembra scorrere con il passo lento dell’acqua, dove la vita è scandita da gesti antichi e il paesaggio conserva una potenza arcaica e fragile. È il Delta del Po, terra d’origine e di ispirazione per Elisabetta Sgarbi, che a questo territorio ha dedicato una trilogia documentaristica profonda, lirica e visionaria: Per soli uomini, Il pesce siluro è innocente e Il pesce rosso dov’è?
Per soli uomini – Lavorare con l’acqua, resistere col corpo
Nel primo capitolo, Sgarbi sceglie un titolo che già rivela la durezza del mondo che racconta. Per soli uomini non è solo una dichiarazione, ma un avvertimento: ciò che si vede sullo schermo è il volto ruvido e fiero di un mestiere – quello dell’allevamento ittico – che sopravvive solo grazie a una relazione intima e totalizzante con l’acqua. I protagonisti sono tre allevatori di pesci del Delta, ripresi nei loro gesti quotidiani, con lo sfondo di un paesaggio maestoso e minaccioso. La regia è essenziale, lo sguardo rispettoso, quasi devoto. Ne emerge il ritratto di un’umanità operosa, silenziosa, eroica senza clamore.
Il pesce siluro è innocente – Specchiarsi nel fraintendimento
Il secondo film cambia tono e punto di vista: Il pesce siluro è innocente si interroga su una figura simbolica del fiume, il grande pesce invasivo e temuto. Ma Sgarbi lo riabilita, lo osserva come si osserva un frainteso. Il documentario alterna momenti ironici, musicali e surreali, passando dai racconti scientifici alle riflessioni poetiche, fino a trasformare il pesce siluro in una figura quasi mitica. Il fiume, ancora una volta, è spazio narrativo e metafora: lo si percorre come si percorre un pensiero laterale, che non accetta semplificazioni. Il siluro, come il fiume, come il Delta, è innocente perché semplicemente è.
Il pesce rosso dov’è? – L’eco dell’assenza
Con il terzo e ultimo capitolo, Il pesce rosso dov’è?, la trilogia si chiude con grazia e mistero. Qui, Sgarbi mette in scena la dimensione più intima del legame con il territorio: i ricordi, le storie personali, le immagini sospese tra sogno e realtà. Il pesce rosso – evocato già nel titolo con un tono quasi infantile – diventa simbolo di ciò che sfugge, di ciò che cerchiamo e forse non troviamo mai, ma che ci guida comunque nel nostro cammino. L’acqua, che nei film precedenti era presenza fisica, qui diventa memoria, riflesso, perdita e desiderio. La narrazione si fa lirica, visiva, intensamente emotiva.
Un’opera di paesaggio e coscienza
Quella firmata da Elisabetta Sgarbi è molto più che una trilogia documentaristica. È un atto d’amore verso una terra marginale, un’indagine affettiva sul rapporto tra uomo e ambiente, una riflessione sull’identità, sulla solitudine e sulla bellezza che nasce dall’attenzione.
Attraverso un linguaggio cinematografico personale e riconoscibile, che alterna rigore documentaristico e libertà poetica, Sgarbi costruisce una geografia dello sguardo e dell’anima, in cui il Delta del Po non è solo scenario, ma autentico protagonista.
Chi guarda questi tre film non ne esce semplicemente informato: ne esce trasformato, come dopo aver camminato per ore lungo un argine, con il silenzio nelle orecchie e una domanda aperta nel cuore.

